Circolazione di denaro sospetto tra la comunità bengalese di Roma

Anonima e fuori controllo anche l’elemosina finisce nell’acquisto di garage. Molteplici situazioni nel quinto municipio.

tor pignattara moschea

Finanziamenti provenienti da organizzazioni islamiste del proprio paese per aprire luoghi di culto a Roma. Un mondo per certi aspetti ancora inesplorato anche dalle forze dell’ordine, ma che nasconde un flusso di denaro che incessantemente dal Bangladesh arriva nel nostro paese. Anche la comunità bengalese, al pari dei musulmani di etnia araba, ha messo radici in Italia aggiudicandosi i primi posti per numero di presenze e gestione delle moschee ricavate da garage e scantinati. Circa il 60% dei luoghi di culto non autorizzati della Capitale, infatti, è gestito dalla comunità del Bangladesh. In tutta Roma i centri di preghiera sono decine, venti quelli censiti. Il quartiere di Torpignattara è uno dei più inflazionati, con la presenza di ben cinque moschee in un’area di appena un chilometro quadrato. A queste si aggiungono quelle confinanti che si trovano nei quartieri Esquilino e Centocelle. E il finanziamento per l’acquisto e il mantenimento dei locali non sempre è trasparente. Ufficialmente avviene attraverso la zakat (elemosina raccolta nelle moschee). Secondo quanto riferiscono fonti interne alla comunità, però, la maggior parte del denaro arriva dalla Jamaat-e-Islami, la più grande organizzazione islamista del Bangladesh, che raccoglie una grossa fetta di consensi e soprattutto dei proventi della zakat.

Durante il mese di Ramadan, infatti, vengono inviati in Italia imam itineranti che, oltre alla predicazione, invitano i fedeli a devolvere parte dei loro averi in favore della causa. Il budget dei bengalesi, però, non sempre raggiunge le cifre milionarie delle grandi organizzazioni arabe, ma quello che arriva, unito ai soldi che si raccolgono con l’”elemosina”, basta per affittare e in alcuni casi acquistare piccoli locali, quasi sempre garage e scantinati, all’interno di palazzi nelle zone periferiche di Roma. Tra i 50 e i 60 mila euro il prezzo da pagare per acquistare un box auto, che poi diventerà luogo di culto. Un giro di soldi che spesso non è molto chiaro, suggeriscono dalla comunità stessa, e che in alcuni casi arriva alle associazioni culturali (le stesse utilizzate dai fratelli arabi per gestire i loro luoghi di culto) dal Bangladesh attraverso vari escamotage per non lasciare traccia. Nonostante l’indole piuttosto tranquilla della comunità bengalese, considerata tra le più operose nel panorama dell’immigrazione, il fenomeno del proliferare delle moschee non passa sotto traccia anche a causa della fitta presenza nei quartieri periferici della capitale dove sorgono a pochi passi l’una dall’altra.

Il Tempo ha evidenziato il fenomeno del flusso di denaro con un’inchiesta già nel settembre 2014, a seguito di un fatto emblematico accaduto ad agosto quando in via Alò Giovannoli, sempre nel quartiere di Torpignattara, i locali adibiti a preghiera sono stati sottoposti a sequestro perchè l’edificio risultava abusivo. Un’amara sorpresa per i fedeli, che hanno dovuto traslocare per l’intero mese nell’ex sala consiliare del quinto Municipio. Lo spazio adibito a moschea, infatti, è stato aggiunto in modo abusivo alla struttura esistente, all’interno di un cantiere ancora aperto. Anche il rogito non risultava legale, quindi, perchè lo spazio in questione era catastalmente abusivo. La vicenda è dunque emblematica dello stato in cui versano quasi tutte le moschee all’interno di garage e scantinati e soprattutto del target immobiliare a cui si rivolgono i bengalesi a Roma. L’edificio di via Giovannoli, infatti, avrebbe comunque avuto dei problemi per il cambio di destinazione d’uso: un box non ha le credenziali di spazio, aerazioni e uscite di sicurezza per accogliere fedeli in preghiera.

Precedentemente, ad aprile dello stesso anno, Il Tempo è stato destinatario anche di una fatwa lanciata proprio dai gestori di una nuova moschea aperta a via Capua, nel quartiere di Torpignattara, e gestita dalla comunità bengalese. In quella circostanza è stato accusato di avere «denunciato un altro degrado» (termine mai usato nell’articolo), proprio per aver raccolto le proteste dei condomini e dei residenti che solo tra via della Marranella, via Capua e via Gabrio Serbelloni, in uno spicchio del quartiere di pochi chilometri, fanno i conti quotidianamente con tre locali adibiti a sale di preghiera gestite dalla comunità di bengalesi. Numerosi gli attriti negli anni tra i residenti e chi frequenta le moschee. Spesso i dissidi sono nati a causa della presenza di persone in preghiera per strada, specie in via Serbelloni (foto), quando il marciapiede più volte è stato invaso dai fedeli durante il venerdì di preghiera. – Francesca Musacchio

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